CANTO D'AMORE ALLA FOLLIA

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CANTO D'AMORE ALLA FOLLIA

di Alessandro Garzella

con Francesca Mainetti e Alessandro Garzella

collaborazione alla messa in scena di Giulia Benetti, Chiara Pistoia, Anna Teotti e Antonio Viganò

 

In scena due figure ossessionate da subbugli visionari, caricature di sofferenza e inconsapevole ilarità. Una coppia paradossale, forse coatta, per l'assurdità delle manie che l'imprigiona. Due figure perseguitate da continui turbamenti e scarti d'umore. A partire dal fastidio e dal piacere erotico e carnale che si danno. Immaginando improbabili rivolte, nella vertigine di un delirio a due. Corpi e parole in bilico tra volgarità e poesia, estasi e ripugnanza. Forse una coppia di fuoriusciti da qualche luogo di cura, o da uno dei tanti zoo nascosti nelle periferie umane di questo mondo. Lui: storpio e invasato, guerriero di battaglie perse, irriverente e solo. Lei: forse badante di mercimoni, vecchia Lolita decaduta nell'accudire disperazioni altrui, oppure dea, vocata alla grazia più pura del donarsi. Entrambi prede di fobie oniriche e perverse, forse perché costretti a esorcizzare lo sciacallaggio del dolore, seguendo le orme di quell'alterità che così tanto spaventa tutti e attrae. Storie evocate con accenni, con crudezza e pudore, per la violenza che contengono. O forse perché i protagonisti di quest'opera, provocatoriamente, mettono in discussione la cosiddetta normalità dei più. Il senso del giusto e dello sbagliato. I significati di saggezza e stupidità, lo stesso principio di realtà e di sogno. E forse saranno proprio queste due strampalate figure, col canto dei loro corpi, con l'ostinato amore del loro sogno, con la saggezza della loro follia, a farci ritrovare il profumo che c'è nell'esistenza di tutti noi. Imparando che la vita va inventata, quasi ogni giorno. Fin dove amore lotta e ti rivolta. Tra il circo e il melodramma.

E' un work in progress che persegue una finalità particolarmente ambiziosa: trasmettere agli spettatori forme e valori dell'alterità, appresi attraverso esperienze personali e un profondo contatto umano e professionale con la follia, sviluppato grazie ad anni di conduzione di laboratori teatrali rivolti a persone che, ospiti di comunità o centri diurni, presentano gravi disturbi psichiatrici. L'opera pertanto vuole esprimere vissuti e paradossi di esistenze particolari ed il progetto cerca di verificare quanto il teatro, praticato in contesti di marginalità e disagio, coinvolgendo professionisti e non attori, possa evocare la diversità, e quella parte sana di follia, che abita in tutti noi.

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